Telemedicina: è la volta buona?



Per Telemedicina si intende “una modalità di erogazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso a tecnologie innovative, in particolare alle Information and Communication Technologies (ICT), in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o due professionisti) non si trovano nello stesso luogo fisico”. Il termine telemedicina fu coniato negli anni ’70 dall’americano Thomas Bird, tuttavia le origini di questa tecnologia risalgono agli inizi del XX secolo, quando Willem Einthoven, un Fisiologo olandese, sviluppò il primo elettrocardiografo. Già negli anni 80, in ogni convegno organizzato nei diversi ambiti sanitari (medico, tecnologico, ecc.), si parlava di telemedicina. Se ne discuteva come di qualcosa che, in un orizzonte temporale relativamente breve, nonostante i limiti delle telecomunicazioni e della tecnologia di allora, avrebbe rivoluzionato il modo di curare le persone. Si prospettava una rivoluzione radicale nell’approccio al paziente.


Ne sono seguite moltissime sperimentazioni, che tuttavia si sono puntualmente esaurite in progetti specifici fini a sé stessi, senza produrre i risultati promessi.

Ciò è accaduto non a causa di fallimenti tecnici o concettuali dell’approccio, ma piuttosto a causa del contesto culturale complessivo non facilitante, della conseguente mancata normazione e, non ultima, della difficoltà di determinare parametri chiari di remunerazione delle prestazioni a distanza.

Oggi però, dopo tutte queste false partenze, ci troviamo in una situazione nuova, le cui caratteristiche ci fanno sperare che, forse, questa sia la volta buona. Infatti, l’attuale contesto tecnologico e quello sanitario, ed insieme una accresciuta cultura gestionale, sembrano effettivamente spingere verso la diffusione su larga scala delle soluzioni proposte dalla telemedicina. Le cause di questa nuova situazione sono molte. Tra di esse vanno certamente annoverati i grandi progressi delle telecomunicazioni, che rendono assolutamente fattibile, ed anzi agevole, la connessione da remoto con i pazienti. Ma quel che è più determinante sono le nuove necessità emerse con l’attuale situazione pandemica e la previsione che, in futuro, potrebbero ripresentarsi situazioni analoghe, vista l’enorme mole di spostamenti (la mobilità “planetaria”) e di contatti fra le persone generati dalla globalizzazione In particolare, si evidenziano due necessità, di cui in questo periodo si parla molto:

  • la prima è quella di potenziare la sanità territoriale, così da poter operare fluidamente in una rete integrata ospedale-territorio, che oltrepassi ogni forma di rigida divisione fra attività in struttura ospedaliera e attività territoriale (si potrebbe in proposito introdurre il concetto di “ospedale diffuso”, o “struttura sanitaria diffusa”);

  • l’altra necessità è quella che gli operatori, nel contesto pandemico, possano evitare il più possibile contatti non strettamente necessari con i pazienti, riconfigurando così la relazione operatore-paziente, da sempre caratterizzata da prossimità fisica.

Si tratta di esigenze davvero importanti, divenute ormai di pubblico dominio (persino nei canali di comunicazione generalista non mancano riferimenti ad esse). Sotto queste spinte, al fine di cominciare a fare ordine e fornire le necessarie linee-guida su questo importante sviluppo dell’attività sanitaria, la Commissione Salute delle Regioni, a luglio 2020, ha reso disponibile un documento con regole omogenee per l’erogazione delle prestazioni ambulatoriali a distanza. Vi sono contenute indicazioni su sistema tariffario, classificazione, rilevazione, rendicontazione, adesione informata del paziente, responsabilità sanitaria durante l’attività in televisita e comunicazione dell’esito della prestazione ambulatoriale erogata in modalità telematica.

Di lì a poco, in data 17 dicembre 2020, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le "Indicazioni nazionali per l'erogazione di prestazioni in telemedicina". Si tratta delle norme da adottare a livello nazionale per l'erogazione di alcune prestazioni quali la televisita, il teleconsulto medico, la teleconsulenza medico-sanitaria, la teleassistenza da parte di professioni sanitarie e la telerefertazione, così che la possibilità di utilizzare le prestazioni di telemedicina rappresenti un elemento concreto di innovazione organizzativa nel processo assistenziale. La telemedicina costituisce senz’altro un’opportunità di avanzamento tecnologico e organizzativo in favore dei pazienti nell'ambito della prevenzione, della diagnosi, delle terapie e dei monitoraggi dei parametri clinici, ma è anche un’opportunità di sviluppo della collaborazione multidisciplinare sui singoli casi clinici e dello scambio di informazioni tra professionisti. Come si vede, le necessità impellenti messe in evidenza dalla contingenza, hanno ottenuto riconoscimento istituzionale, con una normativa che cerca di fare ordine sulla questione, almeno a livello di linee quadro. D’altra parte, va sottolineato come, oltre a quelle legate alla situazione di pandemia, altre importanti circostanze stavano premendo in questo senso. Ci riferiamo alle caratteristiche assunte ormai da tempo dal contesto socio-sanitario generalmente inteso - caratteristiche che occorre prendere in seria considerazione prima di avanzare qualsiasi proposta di riorganizzazione dell’approccio alla salute dei cittadini, stante la loro evidente portata macroscopica. Eccone un elenco sintetico:

  • l’aumento della popolazione anziana, caratterizzata da maggiori problemi di mobilità, che rende più difficoltosa la gestione degli spostamenti verso le strutture sanitarie;

  • l’aumento di cronicità e fragilità, che richiedono un diverso modello operativo, tale da agevolare un approccio continuativo alla cura senza portare al collasso il sistema sanitario nazionale;

  • lo sviluppo tecnologico, che ha consentito e consentirà ancor più in futuro, di poter intervenire da remoto, in modo sempre più efficiente e a costi sempre più bassi;

  • la progressiva accettazione culturale di un modello, ormai maturo, in cui la centralità del paziente è irrinunciabile, e che si esprime anche (e forse soprattutto) evitando il più possibile lo sradicamento dal contesto familiare o abituale - cosa che appunto può essere consentita dall’operatività da remoto. (Garantiti sul fatto che l’efficacia e la sicurezza dei protocolli di telemedicina siano del tutto assimilabili a quelli dell’operatività in struttura ospedaliera, i pazienti apprezzerebbero senz’altro il poter restare nel contesto familiare.)

Ma a tutte queste considerazioni, effettivamente ineludibili, vogliamo aggiungerne un’altra, che mostra come il nuovo approccio non limiti la propria portata al campo specifico o agli elementi strutturali direttamente coinvolti. Stiamo parlando della ricaduta sulla medicina predittiva e preventiva, nonché sulla epidemiologia, intese in senso complessivo. E dei vantaggi che ne possono trarre, in questi ambiti, i processi di decision making.

Infatti, l’affermarsi della telemedicina produrrà una grandissima quantità di dati: i dati individuali, riferibili al singolo paziente, che ne consentiranno la gestione e cura mirata, e i dati nel loro insieme, cioè il complesso dei dati di coorte (con segmentazioni multi-livello), i quali potranno fornire insight formidabili in termini di previsione e prevenzione, anche nel caso di emergenze pandemiche. Gli impatti sulla medicina predittiva e preventiva e sull’epidemiologia, saranno così importanti da consentire interventi tempestivi laddove oggi si interviene solo a fenomeni avvenuti. Ma per ottenere questi esiti e per estrarre dai dati indicazioni che possano avere un valore previsionale di larga scala, sarebbe importante ricorrere alle nuove tecnologie di elaborazione dei dati oggi disponibili. Stiamo parlando dei Big Data, della Business Intelligence e, in prospettiva, dell’Artificial Intelligence. Ciò aprirebbe davvero un nuovo mondo e la comprensione dei fenomeni farebbe un salto di qualità, con il conseguente potenziamento della capacità di intervenire efficacemente, non solo sulle situazioni epidemiologiche limitate a segmenti specifici della popolazione, ma anche in contesti amplissimi e difficili come quelli pandemici.


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